Il contributo indaga le implicazioni metodologiche aperte dalla postura metodologica dell’embodied inquiry all’interno della ricerca inclusiva. Muovendo dalle recenti articolazioni dell’approccio embodied, che configurano la cognizione come fenomeno distribuito e radicato nel corpo, l’articolo esplora le riconfigurazioni epistemologiche e procedurali che tale paradigma comporta nell'attività di indagine. L’intento è quello di mostrare come ricollocare il corpo all’interno della ricerca, attraverso l’impiego di strumenti creativi e performativi capaci di accogliere “voci” e identità incarnate, permetta di valorizzare la competenza esperienziale che proviene dai margini, specialmente quando i canali verbali risultano limitati. Proprio la valorizzazione delle dimensioni corporee e l’atto di “dare voce” alla carne nell’embodied inquiry si configurano come dispositivi in grado di salvaguardare il contributo alle pratiche di generazione epistemica delle persone con disabilità, sottraendo la loro presenza al rischio di essere ridotta a mero token di presenza.
Gottardo, G., Romano, A. (2026). Il contributo indaga le implicazioni metodologiche aperte dalla postura metodologica dell’embodied inquiry all’interno della ricerca inclusiva. Muovendo dalle recenti articolazioni dell’approccio embodied, che configurano la cognizione come fenomeno distribuito e radicato nel corpo, l’articolo esplora le riconfigurazioni epistemologiche e procedurali che tale paradigma comporta nell'attività di indagine. L’intento è quello di mostrare come ricollocare il corpo all’interno della ricerca, attraverso l’impiego di strumenti creativi e performativi capaci di accogliere “voci” e identità incarnate, permetta di valorizzare la competenza esperienziale che proviene dai margini, specialmente quando i canali verbali risultano limitati. Proprio la valorizzazione delle dimensioni corporee e l’atto di “dare voce” alla carne nell’embodied inquiry si configurano come dispositivi in grado di salvaguardare il contributo alle pratiche di generazione epistemica delle persone con disabilità, sottraendo la loro presenza al rischio di essere ridotta a mero token di presenza. JOURNAL OF INCLUSIVE METHODOLOGY AND TECHNOLOGY IN LEARNING AND TEACHING, 6(2), 1-11.
Il contributo indaga le implicazioni metodologiche aperte dalla postura metodologica dell’embodied inquiry all’interno della ricerca inclusiva. Muovendo dalle recenti articolazioni dell’approccio embodied, che configurano la cognizione come fenomeno distribuito e radicato nel corpo, l’articolo esplora le riconfigurazioni epistemologiche e procedurali che tale paradigma comporta nell'attività di indagine. L’intento è quello di mostrare come ricollocare il corpo all’interno della ricerca, attraverso l’impiego di strumenti creativi e performativi capaci di accogliere “voci” e identità incarnate, permetta di valorizzare la competenza esperienziale che proviene dai margini, specialmente quando i canali verbali risultano limitati. Proprio la valorizzazione delle dimensioni corporee e l’atto di “dare voce” alla carne nell’embodied inquiry si configurano come dispositivi in grado di salvaguardare il contributo alle pratiche di generazione epistemica delle persone con disabilità, sottraendo la loro presenza al rischio di essere ridotta a mero token di presenza
GOTTARDO GIOVANNI;ROMANO ALESSANDRA
2026-01-01
Abstract
Il contributo indaga le implicazioni metodologiche aperte dalla postura metodologica dell’embodied inquiry all’interno della ricerca inclusiva. Muovendo dalle recenti articolazioni dell’approccio embodied, che configurano la cognizione come fenomeno distribuito e radicato nel corpo, l’articolo esplora le riconfigurazioni epistemologiche e procedurali che tale paradigma comporta nell'attività di indagine. L’intento è quello di mostrare come ricollocare il corpo all’interno della ricerca, attraverso l’impiego di strumenti creativi e performativi capaci di accogliere “voci” e identità incarnate, permetta di valorizzare la competenza esperienziale che proviene dai margini, specialmente quando i canali verbali risultano limitati. Proprio la valorizzazione delle dimensioni corporee e l’atto di “dare voce” alla carne nell’embodied inquiry si configurano come dispositivi in grado di salvaguardare il contributo alle pratiche di generazione epistemica delle persone con disabilità, sottraendo la loro presenza al rischio di essere ridotta a mero token di presenza.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.
https://hdl.handle.net/11365/1328914
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