Dalla nascita dell’Iri sino alla fine degli anni novanta, fra il sistema delle imprese industriali e il mondo bancario e finanziario era intercorso un rapporto efficace, naturalmente all’interno di un modello di capitalismo fortemente rinserrato entro i confini nazionali. Il medesimo dualismo polarizzato che distingueva, all’interno del campo industriale, le grandi dalle piccole imprese connotava anche l’ambito bancario, con la distinzione fra le grandi banche di interesse nazionale e il frammentato universo del credito minore, a base locale. Com’è ancor più noto, tale ripartizione di ambiti e funzioni prevedeva la presenza di un solo soggetto dotato delle caratteristiche di banca d’affari, Mediobanca, cui erano demandati quei compiti speciali che non potevano più essere svolti dalle banche ordinarie dopo la fine dell’esperienza della banca «mista». Questo schema di definizione delle relazioni fra le varie componenti del capitalismo italiano rispondeva a una logica di impianto dirigistico, cui peraltro non esistevano alternative nel momento in cui si dovette organizzare il salvataggio delle banche e delle imprese coinvolte nella grande crisi degli anni venti. Uno schema, perciò, che non soltanto presupponeva gerarchie operative e di responsabilità stabilite a priori, ma che subordinava ad esse gli stessi meccanismi di mercato. Del resto, il capitalismo italiano non si è mai retto sul fondamento esclusivo del mercato, ma ha comunque postulato un assetto istituzionale tale da rappresentare un’armatura consistente della compagine economica.

Berta, G., & Piluso, G. (2004). La mutazione della struttura finanziaria e l'economia italiana. ECONOMIA E POLITICA INDUSTRIALE, 31(122), 7-32.

La mutazione della struttura finanziaria e l'economia italiana

PILUSO, GIANDOMENICO
2004

Abstract

Dalla nascita dell’Iri sino alla fine degli anni novanta, fra il sistema delle imprese industriali e il mondo bancario e finanziario era intercorso un rapporto efficace, naturalmente all’interno di un modello di capitalismo fortemente rinserrato entro i confini nazionali. Il medesimo dualismo polarizzato che distingueva, all’interno del campo industriale, le grandi dalle piccole imprese connotava anche l’ambito bancario, con la distinzione fra le grandi banche di interesse nazionale e il frammentato universo del credito minore, a base locale. Com’è ancor più noto, tale ripartizione di ambiti e funzioni prevedeva la presenza di un solo soggetto dotato delle caratteristiche di banca d’affari, Mediobanca, cui erano demandati quei compiti speciali che non potevano più essere svolti dalle banche ordinarie dopo la fine dell’esperienza della banca «mista». Questo schema di definizione delle relazioni fra le varie componenti del capitalismo italiano rispondeva a una logica di impianto dirigistico, cui peraltro non esistevano alternative nel momento in cui si dovette organizzare il salvataggio delle banche e delle imprese coinvolte nella grande crisi degli anni venti. Uno schema, perciò, che non soltanto presupponeva gerarchie operative e di responsabilità stabilite a priori, ma che subordinava ad esse gli stessi meccanismi di mercato. Del resto, il capitalismo italiano non si è mai retto sul fondamento esclusivo del mercato, ma ha comunque postulato un assetto istituzionale tale da rappresentare un’armatura consistente della compagine economica.
Berta, G., & Piluso, G. (2004). La mutazione della struttura finanziaria e l'economia italiana. ECONOMIA E POLITICA INDUSTRIALE, 31(122), 7-32.
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