The increasingly open confrontation and the increasingly fruitful dialogue between the European Courts and the National Courts have opened the door to the recognition of the right to be silent even in administrative proceedings that could lead to the imposition of punitive sanctions. This is the outcome of a long judicial process that first involved the European Court of Human Rights and, more recently, the Court of Justice of the European Union and our Constitutional Court. In line with this trend, it is necessary to consider whether and to what extent the nemo tenetur se detegere principle can be extended to tax matters. At first glance, the recognition of ius tacendi seems perfectly compatible with the general principles of tax law and it is possible to hypothesize an application space in the terms summarized below. The "physiological" condition is that the right to silence is recognized to the taxpayer in the presence of the risk of suffering sanctions of a "punitive" nature: in every case, that is, in which silence responds to defensive behaviour within a tax procedure resulting in the imposition of a sanction - proper or improper - having the substantial characteristics of the affliction. As for the specific context, these are mainly sanctions resulting from the lack of cooperation with the authority in the investigation phase, that is, the powers of the Tax Office still retain mainly inquisitorial traits. To be justified, finally, should be only the conduct of omission, the silence precisely, and not even active behaviors, obstructionists or dilators.

Il confronto sempre più aperto ed il dialogo sempre più fecondo tra Corti europee e Corti nazionali hanno aperto le porte al riconoscimento del diritto al silenzio anche nei procedimenti amministrativi suscettibili di sfociare nell’irrogazione di sanzioni di natura punitiva. È questo l’esito di un lungo percorso giurisdizionale che ha interessato dapprima la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e, in tempi più recenti, la Corte di giustizia dell’Unione Europea e la nostra Corte Costituzionale. In linea con questa tendenza, occorre considerare se ed in quale misura il principio del nemo tenetur se detegere possa essere esteso anche alla materia tributaria. Ad una prima ricognizione, il riconoscimento dello ius tacendi sembra perfettamente compatibile con i princìpi generali del diritto tributario ed è possibile ipotizzarne uno spazio applicativo nei termini così di seguito sintetizzati. La condizione “fisiologica” è che il diritto al silenzio venga riconosciuto al contribuente in presenza del rischio di subire sanzioni di carattere “punitivo”: in tutti i casi, cioè, in cui il silenzio risponda ad un comportamento difensivo all’interno di un procedimento tributario in esito al quale sia prevista l’irrogazione di una sanzione - propria o impropria - avente i caratteri sostanziali dell’afflizione. Quanto al contesto specifico, si tratta principalmente di quelle misure sanzionatorie conseguenti alla mancata collaborazione con l’autorità nella fase istruttoria, laddove cioè i poteri del Fisco mantengono tuttora tratti prevalentemente inquisitori. Ad essere giustificate, infine, dovrebbero essere soltanto le condotte omissive, il silenzio appunto, e non anche i comportamenti attivi, ostruzionistici o dilatori.

Marinello, A. (2022). Diritto al silenzio e sistema tributario: il processo di osmosi tra Corti europee e Corti nazionali innalza lo standard di tutela del contribuente. DIRITTO E PRATICA TRIBUTARIA INTERNAZIONALE, 19(2), 629-665.

Diritto al silenzio e sistema tributario: il processo di osmosi tra Corti europee e Corti nazionali innalza lo standard di tutela del contribuente

Marinello Antonio
2022-01-01

Abstract

Il confronto sempre più aperto ed il dialogo sempre più fecondo tra Corti europee e Corti nazionali hanno aperto le porte al riconoscimento del diritto al silenzio anche nei procedimenti amministrativi suscettibili di sfociare nell’irrogazione di sanzioni di natura punitiva. È questo l’esito di un lungo percorso giurisdizionale che ha interessato dapprima la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e, in tempi più recenti, la Corte di giustizia dell’Unione Europea e la nostra Corte Costituzionale. In linea con questa tendenza, occorre considerare se ed in quale misura il principio del nemo tenetur se detegere possa essere esteso anche alla materia tributaria. Ad una prima ricognizione, il riconoscimento dello ius tacendi sembra perfettamente compatibile con i princìpi generali del diritto tributario ed è possibile ipotizzarne uno spazio applicativo nei termini così di seguito sintetizzati. La condizione “fisiologica” è che il diritto al silenzio venga riconosciuto al contribuente in presenza del rischio di subire sanzioni di carattere “punitivo”: in tutti i casi, cioè, in cui il silenzio risponda ad un comportamento difensivo all’interno di un procedimento tributario in esito al quale sia prevista l’irrogazione di una sanzione - propria o impropria - avente i caratteri sostanziali dell’afflizione. Quanto al contesto specifico, si tratta principalmente di quelle misure sanzionatorie conseguenti alla mancata collaborazione con l’autorità nella fase istruttoria, laddove cioè i poteri del Fisco mantengono tuttora tratti prevalentemente inquisitori. Ad essere giustificate, infine, dovrebbero essere soltanto le condotte omissive, il silenzio appunto, e non anche i comportamenti attivi, ostruzionistici o dilatori.
Marinello, A. (2022). Diritto al silenzio e sistema tributario: il processo di osmosi tra Corti europee e Corti nazionali innalza lo standard di tutela del contribuente. DIRITTO E PRATICA TRIBUTARIA INTERNAZIONALE, 19(2), 629-665.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11365/1217275