Il contributo prende avvio dall’analisi del contesto culturale in cui, su iniziativa di Emmanuel Mounier, nel 1932 nasce la rivista "Esprit". Analogamente a quanto può essere affermato per movimenti di pensiero particolarmente attenti alle problematiche sociali (per restare alla Francia può essere ricordato “Poeple et Colture”), la riflessione avviata dal promotore della “rivoluzione personalista e comunitaria” sopra citato contribuisce allo sviluppo di un tipo impegno (il termine “engagement” lo sintetizza efficacemente) e di una sensibilità nei riguardi della condizione umana che favoriranno in misura notevole l’incubazione di un’idea, quella di educazione permanente, destinata ad esplodere e a riscuotere consensi a partire dagli anni Sessanta. Fin dal suo primo germinare, tale idea si dà sia come prospettiva che come metodo. Come prospettiva guarda lontano, oltre i confini delle contingenze storiche, e si connota come processo di emancipazione umana e sociale capace di condurre la persona a farsi promotrice di un processo di perfezionamento di sé che duri per l’intero corso della vita; come metodo si configura invece esperienza capace di cogliere l’essenza umana e di prestare attenzione alle potenzialità di sviluppo di ogni persona Analogamente ad altre grandi idee in grado di promuovere processi sociali e culturali di grande portata anche quella di educazione permanente non ha avuto vita facile: mossi i primi passi in coincidenza delle campagne di alfabetizzazione degli adulti, condotte soprattutto nel secondo dopoguerra, ha registrato successivamente entusiastici apprezzamenti ma anche giudizi severi. Enfasi e scetticismo, a partire dagli inizi degli anni Sessanta, ne hanno contrassegnato la storia; a momenti di euforia (legati all’apprezzamento sociale e civile che tale idea evocava ed evoca) sono seguite fasi caratterizzate da rassegnata sfiducia circa la concreta realizzabilità dei propositi perseguiti: autoeducazione, liberazione delle potenzialità educative che ogni uomo possiede, coltivazione della creatività individuale, emancipazione sociale dei singoli e delle comunità, promozione della partecipazione alla vita democratica e via dicendo. Quello che è certo è che l’educazione di tutti, per tutti, lungo tutto il corso della vita, e quindi l’educazione capace di alimentare l’umanesimo della singolarità e dell’autenticità, non è stata mai immaginata come un traguardo a portata di mano. L’educazione permanente costituisce, piuttosto, una strategia; indica il cammino da compiere, la meta verso cui volgere lo sguardo. Porre l’accento sulle difficoltà incontrate nel processo di realizzazione di quell’idea non significa dichiararne l’irrealizzabilità o, tantomeno, il fallimento. La rivisitazione del concetto in questione - il testo accenna alle molteplici letture che ne sono state date e ad alcuni dei contributi di ricerca prodotti nel corso del tempo - avvenuta negli anni Novanta ha concorso a rimodulare la visione utopica che l’aveva talvolta caratterizzato in passato. L’aver sostituito la nozione di educazione permanente con quella di lifelong learning non ha tuttavia risolto il problema: lo scarto tra l’idea e la sua realizzazione è, anche in questo caso, molto alto. Così come l’accento posto sugli apprendimenti ritenuti “utili”, “necessari”, “efficaci” sta facendo perdere di vista la funzione eminentemente umanistica (e quindi “disinteressata”) dell’educazione. La conclusione alla quale si approda è che l’educazione permanente può rappresentare un principio unificatore di tutte le esperienze educative, di cui non è possibile fare a meno, e può contribuire a creare le condizioni perché i singoli e le comunità dispongano per davvero delle condizioni per realizzare compiutamente le loro potenzialità di sviluppo.

Angori, S. (2006). La promozione della persona nella prospettiva dell'educazione permanente. In Alla "scuola" del personalismo. Nel centenario della nascita di Emmanuel Mounier (pp.445-463). Bulzoni Editore -Roma.

La promozione della persona nella prospettiva dell'educazione permanente

ANGORI, SERGIO
2006

Abstract

Il contributo prende avvio dall’analisi del contesto culturale in cui, su iniziativa di Emmanuel Mounier, nel 1932 nasce la rivista "Esprit". Analogamente a quanto può essere affermato per movimenti di pensiero particolarmente attenti alle problematiche sociali (per restare alla Francia può essere ricordato “Poeple et Colture”), la riflessione avviata dal promotore della “rivoluzione personalista e comunitaria” sopra citato contribuisce allo sviluppo di un tipo impegno (il termine “engagement” lo sintetizza efficacemente) e di una sensibilità nei riguardi della condizione umana che favoriranno in misura notevole l’incubazione di un’idea, quella di educazione permanente, destinata ad esplodere e a riscuotere consensi a partire dagli anni Sessanta. Fin dal suo primo germinare, tale idea si dà sia come prospettiva che come metodo. Come prospettiva guarda lontano, oltre i confini delle contingenze storiche, e si connota come processo di emancipazione umana e sociale capace di condurre la persona a farsi promotrice di un processo di perfezionamento di sé che duri per l’intero corso della vita; come metodo si configura invece esperienza capace di cogliere l’essenza umana e di prestare attenzione alle potenzialità di sviluppo di ogni persona Analogamente ad altre grandi idee in grado di promuovere processi sociali e culturali di grande portata anche quella di educazione permanente non ha avuto vita facile: mossi i primi passi in coincidenza delle campagne di alfabetizzazione degli adulti, condotte soprattutto nel secondo dopoguerra, ha registrato successivamente entusiastici apprezzamenti ma anche giudizi severi. Enfasi e scetticismo, a partire dagli inizi degli anni Sessanta, ne hanno contrassegnato la storia; a momenti di euforia (legati all’apprezzamento sociale e civile che tale idea evocava ed evoca) sono seguite fasi caratterizzate da rassegnata sfiducia circa la concreta realizzabilità dei propositi perseguiti: autoeducazione, liberazione delle potenzialità educative che ogni uomo possiede, coltivazione della creatività individuale, emancipazione sociale dei singoli e delle comunità, promozione della partecipazione alla vita democratica e via dicendo. Quello che è certo è che l’educazione di tutti, per tutti, lungo tutto il corso della vita, e quindi l’educazione capace di alimentare l’umanesimo della singolarità e dell’autenticità, non è stata mai immaginata come un traguardo a portata di mano. L’educazione permanente costituisce, piuttosto, una strategia; indica il cammino da compiere, la meta verso cui volgere lo sguardo. Porre l’accento sulle difficoltà incontrate nel processo di realizzazione di quell’idea non significa dichiararne l’irrealizzabilità o, tantomeno, il fallimento. La rivisitazione del concetto in questione - il testo accenna alle molteplici letture che ne sono state date e ad alcuni dei contributi di ricerca prodotti nel corso del tempo - avvenuta negli anni Novanta ha concorso a rimodulare la visione utopica che l’aveva talvolta caratterizzato in passato. L’aver sostituito la nozione di educazione permanente con quella di lifelong learning non ha tuttavia risolto il problema: lo scarto tra l’idea e la sua realizzazione è, anche in questo caso, molto alto. Così come l’accento posto sugli apprendimenti ritenuti “utili”, “necessari”, “efficaci” sta facendo perdere di vista la funzione eminentemente umanistica (e quindi “disinteressata”) dell’educazione. La conclusione alla quale si approda è che l’educazione permanente può rappresentare un principio unificatore di tutte le esperienze educative, di cui non è possibile fare a meno, e può contribuire a creare le condizioni perché i singoli e le comunità dispongano per davvero delle condizioni per realizzare compiutamente le loro potenzialità di sviluppo.
9788878701786
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