Nell’ottavo libro del suo manuale sulla formazione del perfetto oratore, dopo aver detto che “l’invenzione dei neologismi è permessa più facilmente ai Greci”, Quintiliano afferma che gli autori latini, “se hanno il coraggio di congiungere le parole creando un composto, vengono a malapena tollerati”. Noi italiani comprendiamo bene la sfumatura di rammarico che si coglie nelle parole di Quintiliano: come il latino, neanche l’italiano ama la formazione dei composti – a differenza del greco o, tra le lingue moderne, del tedesco. Nel greco antico invece il montaggio delle parole è un’operazione consueta e frequente. Le parole possono essere unite con facilità dando vita a composti che possono essere doppi o addirittura tripli, come nel ditirambo. Questa peculiarità non è sfuggita all’attenzione degli studiosi di questioni grammaticali: nel 1923 G. Meyer pubblicò una tesi discussa all’Università di Basilea e dedicata al tema delle ‘parole doppie’ nella letteratura greca; nel 1952 A. Da Costa Ramalho pubblicò un lavoro analogo, limitato ad Aristofane. L’obiettivo del mio lavoro consiste nel mostrare come i poeti comici abbiano messo a frutto questa caratteristica della lingua greca per far ridere il pubblico che assisteva ai loro spettacoli. Per raggiungere questo risultato, ho analizzato in successione i diversi modi usati dagli autori di commedie per giocare con le parole: il montaggio (la modalità più frequente, ossia la creazione dei composti), lo smontaggio (lo scioglimento dei composti con la conseguente creazione di singole parole inesistenti), la fusione (la composizione a incastro di due parole) e la ‘mobilità dei confini’ (lo slittamento dei confini tra le parole per creare significati diversi a partire dagli stessi gruppi di lettere). Come limite cronologico a questa ricerca ho fissato gli inizi del IV secolo, vale a dire la fine della commedia antica. A farmi prendere questa decisione non è stato solo il naturale desiderio di rimanere entro i confini del saggio breve, ma anche la constatazione che il fenomeno tende a diminuire col passare del tempo (come dimostra la ricchezza di simili giochi con il vocabolario presenti nei frammenti di Cratino, il più antico fra i comici greci dell’archaia).

Beta, S. (2007). Giocare con le parole. In Diafonie. Esercizi sul comico. (pp.13-43). Sargon.

Giocare con le parole

BETA, SIMONE
2007

Abstract

Nell’ottavo libro del suo manuale sulla formazione del perfetto oratore, dopo aver detto che “l’invenzione dei neologismi è permessa più facilmente ai Greci”, Quintiliano afferma che gli autori latini, “se hanno il coraggio di congiungere le parole creando un composto, vengono a malapena tollerati”. Noi italiani comprendiamo bene la sfumatura di rammarico che si coglie nelle parole di Quintiliano: come il latino, neanche l’italiano ama la formazione dei composti – a differenza del greco o, tra le lingue moderne, del tedesco. Nel greco antico invece il montaggio delle parole è un’operazione consueta e frequente. Le parole possono essere unite con facilità dando vita a composti che possono essere doppi o addirittura tripli, come nel ditirambo. Questa peculiarità non è sfuggita all’attenzione degli studiosi di questioni grammaticali: nel 1923 G. Meyer pubblicò una tesi discussa all’Università di Basilea e dedicata al tema delle ‘parole doppie’ nella letteratura greca; nel 1952 A. Da Costa Ramalho pubblicò un lavoro analogo, limitato ad Aristofane. L’obiettivo del mio lavoro consiste nel mostrare come i poeti comici abbiano messo a frutto questa caratteristica della lingua greca per far ridere il pubblico che assisteva ai loro spettacoli. Per raggiungere questo risultato, ho analizzato in successione i diversi modi usati dagli autori di commedie per giocare con le parole: il montaggio (la modalità più frequente, ossia la creazione dei composti), lo smontaggio (lo scioglimento dei composti con la conseguente creazione di singole parole inesistenti), la fusione (la composizione a incastro di due parole) e la ‘mobilità dei confini’ (lo slittamento dei confini tra le parole per creare significati diversi a partire dagli stessi gruppi di lettere). Come limite cronologico a questa ricerca ho fissato gli inizi del IV secolo, vale a dire la fine della commedia antica. A farmi prendere questa decisione non è stato solo il naturale desiderio di rimanere entro i confini del saggio breve, ma anche la constatazione che il fenomeno tende a diminuire col passare del tempo (come dimostra la ricchezza di simili giochi con il vocabolario presenti nei frammenti di Cratino, il più antico fra i comici greci dell’archaia).
Beta, S. (2007). Giocare con le parole. In Diafonie. Esercizi sul comico. (pp.13-43). Sargon.
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