Il saggio cerca di evidenziare alcuni caratteri di fondo comuni alle pesche marittime e delle acque interne nello spazio del Granducato. In primo luogo l’esigenza primaria di un forte controllo dell’attività, che aveva portato allo sviluppo di un sistema complesso che viveva di appalti, di privative, di vincoli e divieti. La necessità di controllare la produzione per assicurare uno stabile rifornimento dei mercati cittadini era direttamente proporzionale alla scarsità, vera o presunta, del prodotto ittico e al valore, non solo economico, che si attribuiva al suo consumo. Per questo motivo molto spesso i diritti di pescare erano concessi in affitto o, comunque, potevano avvalersi di ampie privative e privilegi, che miravano ad escludere un uso troppo promiscuo, ad evitare eccessi di concorrenza, fenomeni spesso incontrollabili – si riteneva – se lasciati al libero interagire di tutti con l’ambiente naturale, con inevitabili conseguenze di segno negativo. In aggiunta venivano quindi elaborate disposizioni che, tendenzialmente, miravano ad assicurare la permanenza e la riproducibilità delle risorse ittiche e quindi il rifornimento dei mercati. L’attività di pesca risultava così fortemente specializzata e la “domanda” assicurava un consumo costante del prodotto. Il penetrare sui mercati toscani del pesce conservato proveniente dalle pesche atlantiche, a partire dagli inizi del XVII secolo e attraverso il porto di Livorno, mutò progressivamente il quadro commerciale e dei consumi: persero di importanza le pesche delle acque interne, mentre quelle marittime continuarono – nonostante i tentativi di riforma settecenteschi – a soffrire della cronica scarsità di pescatori ‘indigeni’, continuando ad essere la pesca dei mari toscani appannaggio degli equipaggi liguri e campani fino a tutto il XIX secolo.

Zagli, A. (2007). I problemi della pesca nella Toscana del `700. In La pesca nel Lazio: storia economia problemi regionali a confronto (pp.409-446). Editoriale Scientifica.

I problemi della pesca nella Toscana del `700

ZAGLI, ANDREA
2007

Abstract

Il saggio cerca di evidenziare alcuni caratteri di fondo comuni alle pesche marittime e delle acque interne nello spazio del Granducato. In primo luogo l’esigenza primaria di un forte controllo dell’attività, che aveva portato allo sviluppo di un sistema complesso che viveva di appalti, di privative, di vincoli e divieti. La necessità di controllare la produzione per assicurare uno stabile rifornimento dei mercati cittadini era direttamente proporzionale alla scarsità, vera o presunta, del prodotto ittico e al valore, non solo economico, che si attribuiva al suo consumo. Per questo motivo molto spesso i diritti di pescare erano concessi in affitto o, comunque, potevano avvalersi di ampie privative e privilegi, che miravano ad escludere un uso troppo promiscuo, ad evitare eccessi di concorrenza, fenomeni spesso incontrollabili – si riteneva – se lasciati al libero interagire di tutti con l’ambiente naturale, con inevitabili conseguenze di segno negativo. In aggiunta venivano quindi elaborate disposizioni che, tendenzialmente, miravano ad assicurare la permanenza e la riproducibilità delle risorse ittiche e quindi il rifornimento dei mercati. L’attività di pesca risultava così fortemente specializzata e la “domanda” assicurava un consumo costante del prodotto. Il penetrare sui mercati toscani del pesce conservato proveniente dalle pesche atlantiche, a partire dagli inizi del XVII secolo e attraverso il porto di Livorno, mutò progressivamente il quadro commerciale e dei consumi: persero di importanza le pesche delle acque interne, mentre quelle marittime continuarono – nonostante i tentativi di riforma settecenteschi – a soffrire della cronica scarsità di pescatori ‘indigeni’, continuando ad essere la pesca dei mari toscani appannaggio degli equipaggi liguri e campani fino a tutto il XIX secolo.
9788895152615
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