Il contributo offre una rassegna della storiografia su Bisanzio dal XVII secolo alla fine del XX secolo. L'interesse per la Seconda Roma procede di pari passo con la storia dell'idea di stato e tende ad associarsi a un’attualizzazione delle forme politiche bizantine, che assume a volte i connotati di un vero e proprio transfert. Da questo punto di vista, nonostante i notevoli precedenti nell’erudizione protestante di Wolf e Melantone, l’inizio della storia della storiografia su Bisanzio deve collocarsi nella Francia di Luigi XIV, con Tillemont, Du Cange e l'avvio della prima opera di classificazione ed edizione delle fonti storiografiche bizantine (il «Corpus del Louvre») sotto il patrocinio di Colbert. Scarso, a quest'altezza cronologica, è l'interesse inglese, con l'unica parziale eccezione di Richard Bentley. L'illuminismo francese, cui pure si devono i primi impulsi di superamento dell’ottica eurocentrica e cristianocentrica nella considerazione del medioevo, ebbe una visione negativa della storia di Bisanzio (Montesquieu, Voltaire), considerata come «la descrizione di un continuo precipitare», che si ritrova nelle opere tardosettecentesche di Gibbon e Le Beau. Fino a tutto il Settecento (secolo in cui il maggior contributo allo studio della storia bizantina fu quello, filologico, del Fabricius) la storia dell'impero bizantino fu giudicata peraltro indissolubile da quella dell'impero romano. Nella seconda metà dell'Ottocento la crisi balcanica, l'estetismo e l'esotismo contribuirono al risveglio dell'interesse per Bisanzio. In Francia l’attrattiva estetica e letteraria delle opere di Rambaud e, soprattutto, di Schlumberger e di Diehl favorirono l'ingresso di una imagerie bizantina nella cultura del decadentismo, determinando la popolarità della materia anche presso il pubblico non specializzato. Se l’ascesa della Germania subito dopo il Congresso di Vienna coincide con la nascita del Corpus Bonnense, l’evoluzione e le aspirazioni della monarchia prussiana vanno di pari passo, in età positivistica, con il riconoscimento dell'autonomia degli studi sulla storia di Bisanzio da quelli sulla Roma dei Cesari, e determinano infine la nascita della bizantinistica come scienza ‘positiva’ e moderna disciplina universitaria. La fine del XIX e l'inizio del XX secolo vedono inoltre fiorire la bizantinistica balcanica, greca e soprattutto russa, nel suo duplice orientamento populista slavofilo ed economico-sociale (Leont’ev, Vasil’evskij, Uspenskij). Proprio gli apporti della scuola economico-sociale russa e poi sovietica, saldandosi a quelli della scuola francese delle Annales, hanno generato la linea vincente della storiografia novecentesca su Bisanzio: quella che ha visto i suoi principali esponenti in Dagron e in Kazhdan, quando, negli anni Ottanta e Novanta, i rispettivi ruoli presso il Centre de Recherches d’Histoire et Civilisation de Byzance di Parigi e presso il Dumbarton Oaks Institute of Byzantine Studies di Washington segnano per le due istituzioni scientifiche il periodo di massimo fervore nel campo della ricerca storica. The contribution offers an overview of historiography on Byzantium from the 17th to 20th centuries. Interest in the Second Rome develops alongside the history of the idea of the state and tends to be associated with the modern revival of Byzantine political forms, which at times assumes the connotation of an authentic transference. From this point of view, despite notable precedents in the Protestant scholarship of Wolf and Melanchthon, the beginnings of the history of historiography on Byzantium should be located in Louis XIV’s France with Tillemont, Du Cange, and the first work of classification and editing of Byzantine historiographical sources (the Corpus del Louvre) under Colbert’s patronage. At this time there was little English interest apart from the partial exception of Richard Bentley. The French Enlightenment, to which we owe the first interest in going beyond the prevailing Eurocentric and Christian-centric considerations of the Middle Ages, cultivated a negative view of the history of Byzantium (Montesquieu, Voltaire), thought of as “the description of a perpetual collapse,” the same view that we find in the late 18th century works of Gibbon and Le Beau. Throughout the entire 18th century (in which Fabricius’s philological scholarship was the greatest contribution to the study of Byzantine history), the history of the Byzantine Empire was judged, moreover, to be inseparable from that of the Roman Empire. During the second half of the 19th century, the Balkan Crisis, aestheticism, and exoticism contributed to the reawakening of an interest in Byzantium. In France the aesthetic and literary attractions of the works of Rambaud and, especially, Schlumberger and Diehl encouraged the spread of a Byzantine imagerie in the culture of Decadentism and heightened popularity of the subject matter also among the general public. If the rise of Germany right after the Congress of Vienna coincided with the beginning of the Bonn Corpus, the evolution and aspirations of the Prussian monarchy in the age of positivism moved at the same pace, with recognition of the independence of the study of Byzantine history from that of Rome of the Caesars, and determined ultimately the birth of Byzantine studies as a ‘positive’ science and a modern university discipline. The end of the 19th and beginning of the 20th centuries saw, moreover, the flourishing of Balkan, Greek, and especially Russian - with its dual populist slavophile and social-economic orientations (Leont’ev, Vasil’evskij, Uspenskij) - Byzantine studies. In fact, the contributions of the Russian, then Soviet, social-economic school, together with those of the French Annales School, generated the winning current of 20th century historiography on Byzantium. This is the current whose principle exponents were Dagron and Kazhdan, who, in the 1980s and 1990s, in their respective roles at the Centre de Recherches d’Histoire et Civilisation de Byzance in Paris and Dumbarton Oaks Institute of Byzantine Studies in Washington, D. C., mark the period of greatest energy in the field of historical research for both academic institutions.

Ronchey, S. (1997). Profilo di storia della storiografia su Bisanzio da Tillemont alle Annales. In Europa medievale e mondo bizantino. Tavola rotonda del XVIII Congresso del CISH, Montréal, 29 agosto 1995 (pp.283-304). Istituto Storico Italiano per il Medio Evo.

Profilo di storia della storiografia su Bisanzio da Tillemont alle Annales

RONCHEY, SILVIA
1997

Abstract

Il contributo offre una rassegna della storiografia su Bisanzio dal XVII secolo alla fine del XX secolo. L'interesse per la Seconda Roma procede di pari passo con la storia dell'idea di stato e tende ad associarsi a un’attualizzazione delle forme politiche bizantine, che assume a volte i connotati di un vero e proprio transfert. Da questo punto di vista, nonostante i notevoli precedenti nell’erudizione protestante di Wolf e Melantone, l’inizio della storia della storiografia su Bisanzio deve collocarsi nella Francia di Luigi XIV, con Tillemont, Du Cange e l'avvio della prima opera di classificazione ed edizione delle fonti storiografiche bizantine (il «Corpus del Louvre») sotto il patrocinio di Colbert. Scarso, a quest'altezza cronologica, è l'interesse inglese, con l'unica parziale eccezione di Richard Bentley. L'illuminismo francese, cui pure si devono i primi impulsi di superamento dell’ottica eurocentrica e cristianocentrica nella considerazione del medioevo, ebbe una visione negativa della storia di Bisanzio (Montesquieu, Voltaire), considerata come «la descrizione di un continuo precipitare», che si ritrova nelle opere tardosettecentesche di Gibbon e Le Beau. Fino a tutto il Settecento (secolo in cui il maggior contributo allo studio della storia bizantina fu quello, filologico, del Fabricius) la storia dell'impero bizantino fu giudicata peraltro indissolubile da quella dell'impero romano. Nella seconda metà dell'Ottocento la crisi balcanica, l'estetismo e l'esotismo contribuirono al risveglio dell'interesse per Bisanzio. In Francia l’attrattiva estetica e letteraria delle opere di Rambaud e, soprattutto, di Schlumberger e di Diehl favorirono l'ingresso di una imagerie bizantina nella cultura del decadentismo, determinando la popolarità della materia anche presso il pubblico non specializzato. Se l’ascesa della Germania subito dopo il Congresso di Vienna coincide con la nascita del Corpus Bonnense, l’evoluzione e le aspirazioni della monarchia prussiana vanno di pari passo, in età positivistica, con il riconoscimento dell'autonomia degli studi sulla storia di Bisanzio da quelli sulla Roma dei Cesari, e determinano infine la nascita della bizantinistica come scienza ‘positiva’ e moderna disciplina universitaria. La fine del XIX e l'inizio del XX secolo vedono inoltre fiorire la bizantinistica balcanica, greca e soprattutto russa, nel suo duplice orientamento populista slavofilo ed economico-sociale (Leont’ev, Vasil’evskij, Uspenskij). Proprio gli apporti della scuola economico-sociale russa e poi sovietica, saldandosi a quelli della scuola francese delle Annales, hanno generato la linea vincente della storiografia novecentesca su Bisanzio: quella che ha visto i suoi principali esponenti in Dagron e in Kazhdan, quando, negli anni Ottanta e Novanta, i rispettivi ruoli presso il Centre de Recherches d’Histoire et Civilisation de Byzance di Parigi e presso il Dumbarton Oaks Institute of Byzantine Studies di Washington segnano per le due istituzioni scientifiche il periodo di massimo fervore nel campo della ricerca storica. The contribution offers an overview of historiography on Byzantium from the 17th to 20th centuries. Interest in the Second Rome develops alongside the history of the idea of the state and tends to be associated with the modern revival of Byzantine political forms, which at times assumes the connotation of an authentic transference. From this point of view, despite notable precedents in the Protestant scholarship of Wolf and Melanchthon, the beginnings of the history of historiography on Byzantium should be located in Louis XIV’s France with Tillemont, Du Cange, and the first work of classification and editing of Byzantine historiographical sources (the Corpus del Louvre) under Colbert’s patronage. At this time there was little English interest apart from the partial exception of Richard Bentley. The French Enlightenment, to which we owe the first interest in going beyond the prevailing Eurocentric and Christian-centric considerations of the Middle Ages, cultivated a negative view of the history of Byzantium (Montesquieu, Voltaire), thought of as “the description of a perpetual collapse,” the same view that we find in the late 18th century works of Gibbon and Le Beau. Throughout the entire 18th century (in which Fabricius’s philological scholarship was the greatest contribution to the study of Byzantine history), the history of the Byzantine Empire was judged, moreover, to be inseparable from that of the Roman Empire. During the second half of the 19th century, the Balkan Crisis, aestheticism, and exoticism contributed to the reawakening of an interest in Byzantium. In France the aesthetic and literary attractions of the works of Rambaud and, especially, Schlumberger and Diehl encouraged the spread of a Byzantine imagerie in the culture of Decadentism and heightened popularity of the subject matter also among the general public. If the rise of Germany right after the Congress of Vienna coincided with the beginning of the Bonn Corpus, the evolution and aspirations of the Prussian monarchy in the age of positivism moved at the same pace, with recognition of the independence of the study of Byzantine history from that of Rome of the Caesars, and determined ultimately the birth of Byzantine studies as a ‘positive’ science and a modern university discipline. The end of the 19th and beginning of the 20th centuries saw, moreover, the flourishing of Balkan, Greek, and especially Russian - with its dual populist slavophile and social-economic orientations (Leont’ev, Vasil’evskij, Uspenskij) - Byzantine studies. In fact, the contributions of the Russian, then Soviet, social-economic school, together with those of the French Annales School, generated the winning current of 20th century historiography on Byzantium. This is the current whose principle exponents were Dagron and Kazhdan, who, in the 1980s and 1990s, in their respective roles at the Centre de Recherches d’Histoire et Civilisation de Byzance in Paris and Dumbarton Oaks Institute of Byzantine Studies in Washington, D. C., mark the period of greatest energy in the field of historical research for both academic institutions.
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