Viviamo in un’epoca in cui il nostro passato è sotto attacco. Dagli antichi astronauti ai continenti perduti come Atlantide, fino ai costruttori di piramidi alieni e ai giganti, la fantarcheologia domina nei bestseller, nei documentari in streaming e nei brevi video virali sui social network. Ma tale florido mercato del mistero non è soltanto innocuo intrattenimento o poca conoscenza; costituisce un vero e proprio “furto di storia”. In questo saggio brillante e profondamente etico, Marco Valenti smonta l’ingranaggio della pseudoarcheologia, mostrando come essa rappresenti uno dei sintomi più inquietanti del nostro tempo. Attraverso un’analisi che intreccia storiografia, psicologia cognitiva e sociologia dei media, l’autore traccia un vero e proprio “atlante dei nuovi miti globali”. Ne ricostruisce le radici esoteriche, spesso segnate da visioni coloniali e suprematiste; ci mostra come sottraggano creatività e capacità di azione alle antiche popolazioni per attribuirle a civiltà superiori o a entità extraterrestri. Il libro indaga anche le ragioni di questo successo planetario: perché preferiamo credere all’impossibile? La risposta viene ricercata nelle nostre vulnerabilità cognitive – come l’apofenia e il bias di conferma – e nel bisogno umano di certezze, consolazione e identità in un mondo percepito come caotico e minaccioso, un disagio oggi amplificato dagli algoritmi e dall’Intelligenza Artificiale. Tuttavia Furto di Storia non si limita alla smentita dei fatti. Valenti rivolge una critica costruttiva alla stessa comunità scientifica, invitandola ad abbandonare la torre d’avorio. Per contrastare i falsi profeti dell’algoritmo non basta opporre la freddezza dei dati al calore delle fantasie; occorre invece un nuovo patto sociale. L’archeologia deve entrare nell’arena pubblica e farsi strumento di un’intelligenza collettiva. Un’opera essenziale che propone una vera “grammatica pubblica della complessità”; un invito ad abitare il dubbio e a difendere il metodo scientifico non come privilegio di pochi, bensì come strumento di cittadinanza democratica, restituendo alla storia la sua autentica, imperfetta e meravigliosa umanità.
Valenti, M. (2026). Furto di Storia. Fantarcheologia, manipolazione del passato e crisi dell’autorità nell’era della post‑verità. Firenze : All'Insegna del Giglio.
Furto di Storia. Fantarcheologia, manipolazione del passato e crisi dell’autorità nell’era della post‑verità
Marco Valenti
2026-01-01
Abstract
Viviamo in un’epoca in cui il nostro passato è sotto attacco. Dagli antichi astronauti ai continenti perduti come Atlantide, fino ai costruttori di piramidi alieni e ai giganti, la fantarcheologia domina nei bestseller, nei documentari in streaming e nei brevi video virali sui social network. Ma tale florido mercato del mistero non è soltanto innocuo intrattenimento o poca conoscenza; costituisce un vero e proprio “furto di storia”. In questo saggio brillante e profondamente etico, Marco Valenti smonta l’ingranaggio della pseudoarcheologia, mostrando come essa rappresenti uno dei sintomi più inquietanti del nostro tempo. Attraverso un’analisi che intreccia storiografia, psicologia cognitiva e sociologia dei media, l’autore traccia un vero e proprio “atlante dei nuovi miti globali”. Ne ricostruisce le radici esoteriche, spesso segnate da visioni coloniali e suprematiste; ci mostra come sottraggano creatività e capacità di azione alle antiche popolazioni per attribuirle a civiltà superiori o a entità extraterrestri. Il libro indaga anche le ragioni di questo successo planetario: perché preferiamo credere all’impossibile? La risposta viene ricercata nelle nostre vulnerabilità cognitive – come l’apofenia e il bias di conferma – e nel bisogno umano di certezze, consolazione e identità in un mondo percepito come caotico e minaccioso, un disagio oggi amplificato dagli algoritmi e dall’Intelligenza Artificiale. Tuttavia Furto di Storia non si limita alla smentita dei fatti. Valenti rivolge una critica costruttiva alla stessa comunità scientifica, invitandola ad abbandonare la torre d’avorio. Per contrastare i falsi profeti dell’algoritmo non basta opporre la freddezza dei dati al calore delle fantasie; occorre invece un nuovo patto sociale. L’archeologia deve entrare nell’arena pubblica e farsi strumento di un’intelligenza collettiva. Un’opera essenziale che propone una vera “grammatica pubblica della complessità”; un invito ad abitare il dubbio e a difendere il metodo scientifico non come privilegio di pochi, bensì come strumento di cittadinanza democratica, restituendo alla storia la sua autentica, imperfetta e meravigliosa umanità.| File | Dimensione | Formato | |
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