Seppur con riferimenti di natura differente, il fil rouge che attraversa la presente ricerca è rappresentato dalla volontà di voler trovare un punto d’incontro e – soprattutto – di dialogo fra diverse generazioni attraverso una rivoluzione nell’utilizzo degli strumenti giuridici messi a disposizione dall’ordinamento. Nello specifico, la scelta si è orientata verso la volontà di individuare delle modalità con cui poter dialogare e interfacciarsi in maniera costruttiva con i nuovi schemi che vengono proposti. Nel fare ciò, con il primo capitolo si è posta l’attenzione sul concetto stesso di pactum, evidenziando da un lato come lo stesso sia alla base dell’idea di società, e dall’altro attenzionando il fatto che una sua completa rimessione a meccanismi utili a velocizzare i processi di manifestazione della volontà rischierebbe, secondo questa ricostruzione, di minare il concetto di societas stesso. Valorizzato questo primo aspetto, nella seconda parte della trattazione è stato attenzionato e valorizzato il concetto di dato personale e di come questo sia ad oggi considerato una controprestazione a tutti gli effetti. Proprio per questo motivo, ulteriore analisi fondamentale è stata sviluppata attorno a questo concetto e su quella che ad oggi è la sua valutazione, sia dal punto di vista degli utenti, poco consapevoli del suo reale valore, sia delle piattaforme digitali, che provano a speculare su tale minore consapevolezza per massimizzare le loro attività e i loro obiettivi. Infine, evidenziati i rischi e le peculiarità messe in luce dalle nuove forme di patrimonializzazione dei dati e – in particolar modo – al consenso alla cessione e successivo utilizzo degli stessi, l’attenzione è stata volta a quelle figure che il sistema considera come maggiormente vulnerabili. Sotto questo punto di vista, al di là dell’analisi compiuta in materia di rischio specifico e di modalità da individuare al fine della minimizzazione dello stesso, si è ritenuto che – stanti le necessarie cautele e precauzioni da accordare a soggetti maggiormente meritevoli di tutela – l’idea sia quella di promuovere una nuova cultura di approccio alla transizione digitale. Dunque, il punto di arrivo è stato individuato attraverso un crescendo di considerazioni di natura sia giuridica che sociologica, dal momento che si ritiene che in questo specifico settore i due campi non possano prescindere l’uno dall’altro. Se in astratto questi temi potrebbero sembrare apparentemente scollegati fra loro, in realtà, il consenso è diventato il volano attorno al quale si è snodata la presente trattazione, dal momento che lo stesso è stato considerato fin dall’inizio parte fondate il pactum e la societas stessa. Così, volendo indagare sul dubbio circa l’impatto della rivoluzione digitale e dell’automazione su quelli che finora sono stati i capi saldi del diritto, ci si è posti l’interrogativo sul fatto che quest’ultimo si trovi ancora alla base del pactum, oppure se, diversamente, sia entrato in un meccanismo tale da far venir meno il concetto di dialogo e accordo che si continua a ritenere essere alla base di ogni rapporto. In questo senso, la figura del minore ha condotto a un interessante spunto di riflessione secondo cui la necessaria tutela di queste figure, definite vulnerabili dall’ordinamento, ha portato a una nuova valorizzazione del consenso stesso, anche al di là del fatto che venga fornito su piattaforme digitali. Infatti, la necessaria consapevolezza rispetto alle modalità di trattamento degli stessi, anche in virtù della facilità o meno con cui questi possono essere ceduti, dovrebbe idealmente comportare una nuova fase di valutazione da parte dell’individuo all’interno dell’accordo, col consenso che tornerebbe ad assumere quel valore fondante che da sempre ha caratterizzato ogni scambio. Questo ragionamento si è originato all’interno di un’analisi condotta per prevedere maggiori tutele per le figure ritenute più fragili dall’ordinamento, ma si è ritenuto di poter andare oltre evidenziando come non vi siano motivi per non promuovere una riflessione del genere a favore di tutti gli individui facenti parte dello Stato. Si è ritenuto, infatti, che al di là del dato anagrafico, ogni individuo debba guadagnare maggiore consapevolezza rispetto a quella che viene considerata come la sua identità digitale, anche con riferimento ai non “nativi digitali”, i quali potrebbero trovarsi in situazioni che renderebbero loro stessi soggetti vulnerabili. Dunque, una soluzione che nasce per una categoria, ma che potrebbe essere ampliata per rivoluzionare l’approccio al digitale in un’ottica di rapporto, confronto e crescita fra le parti fisiche e digitali. Ammettendo la validità di questo ragionamento, infine, ci si è interrogati sul come promuovere una maggiore consapevolezza e un maggiore dialogo volto alla comprensione delle dinamiche fra utente e piattaforma digitale e la soluzione si è individuata non tanto in possibili normative “di controllo”, utili a verificare semplicemente l’età degli utenti che si interfacciano con le stesse (le quali legando la prestazione di un consenso al dato anagrafico spersonalizzano e automatizzano il processo), ma nel concetto di “educazione digitale”. In questa prospettiva un ruolo fondamentale potrebbe essere ricoperto dalla Pubblica amministrazione che attraverso le sue diramazioni nei diversi settori del sociale potrebbe predisporre una sorta di “scuola” dell’educazione civica digitale; così, per un verso, si andrebbe a rispettare quanto previsto negli obiettivi a livello europeo, laddove si richiede un percorso utile alla digitalizzazione e a una transizione digitale e, per altro, si andrebbe a formare una nuova generazione che, attraverso una “crescita digitale”, possa passare dal considerare il digitale come qualcosa di “altro e diverso” rispetto al nostro quotidiano a un’integrazione utile a migliorare sia la domanda che l’offerta, rendendo la società maggiormente consapevole e pronta a rispondere ad esigenze individuali e collettive. Proprio così, il consenso potrebbe passare da rischio derivante dall’automazione e dalla spersonalizzazione a veicolo di evoluzione utile ad accompagnare le diverse generazioni verso la conservazione del concetto di pactum all’interno di una società che pur evolvendosi conservi la sua essenza di societas.
Bertolino, T. (2026). Il "consenso" come veicolo della transizione digitale - Una necessaria armonizzazione tra reale e virtuale.
Il "consenso" come veicolo della transizione digitale - Una necessaria armonizzazione tra reale e virtuale
Tancredi Bertolino
2026-06-08
Abstract
Seppur con riferimenti di natura differente, il fil rouge che attraversa la presente ricerca è rappresentato dalla volontà di voler trovare un punto d’incontro e – soprattutto – di dialogo fra diverse generazioni attraverso una rivoluzione nell’utilizzo degli strumenti giuridici messi a disposizione dall’ordinamento. Nello specifico, la scelta si è orientata verso la volontà di individuare delle modalità con cui poter dialogare e interfacciarsi in maniera costruttiva con i nuovi schemi che vengono proposti. Nel fare ciò, con il primo capitolo si è posta l’attenzione sul concetto stesso di pactum, evidenziando da un lato come lo stesso sia alla base dell’idea di società, e dall’altro attenzionando il fatto che una sua completa rimessione a meccanismi utili a velocizzare i processi di manifestazione della volontà rischierebbe, secondo questa ricostruzione, di minare il concetto di societas stesso. Valorizzato questo primo aspetto, nella seconda parte della trattazione è stato attenzionato e valorizzato il concetto di dato personale e di come questo sia ad oggi considerato una controprestazione a tutti gli effetti. Proprio per questo motivo, ulteriore analisi fondamentale è stata sviluppata attorno a questo concetto e su quella che ad oggi è la sua valutazione, sia dal punto di vista degli utenti, poco consapevoli del suo reale valore, sia delle piattaforme digitali, che provano a speculare su tale minore consapevolezza per massimizzare le loro attività e i loro obiettivi. Infine, evidenziati i rischi e le peculiarità messe in luce dalle nuove forme di patrimonializzazione dei dati e – in particolar modo – al consenso alla cessione e successivo utilizzo degli stessi, l’attenzione è stata volta a quelle figure che il sistema considera come maggiormente vulnerabili. Sotto questo punto di vista, al di là dell’analisi compiuta in materia di rischio specifico e di modalità da individuare al fine della minimizzazione dello stesso, si è ritenuto che – stanti le necessarie cautele e precauzioni da accordare a soggetti maggiormente meritevoli di tutela – l’idea sia quella di promuovere una nuova cultura di approccio alla transizione digitale. Dunque, il punto di arrivo è stato individuato attraverso un crescendo di considerazioni di natura sia giuridica che sociologica, dal momento che si ritiene che in questo specifico settore i due campi non possano prescindere l’uno dall’altro. Se in astratto questi temi potrebbero sembrare apparentemente scollegati fra loro, in realtà, il consenso è diventato il volano attorno al quale si è snodata la presente trattazione, dal momento che lo stesso è stato considerato fin dall’inizio parte fondate il pactum e la societas stessa. Così, volendo indagare sul dubbio circa l’impatto della rivoluzione digitale e dell’automazione su quelli che finora sono stati i capi saldi del diritto, ci si è posti l’interrogativo sul fatto che quest’ultimo si trovi ancora alla base del pactum, oppure se, diversamente, sia entrato in un meccanismo tale da far venir meno il concetto di dialogo e accordo che si continua a ritenere essere alla base di ogni rapporto. In questo senso, la figura del minore ha condotto a un interessante spunto di riflessione secondo cui la necessaria tutela di queste figure, definite vulnerabili dall’ordinamento, ha portato a una nuova valorizzazione del consenso stesso, anche al di là del fatto che venga fornito su piattaforme digitali. Infatti, la necessaria consapevolezza rispetto alle modalità di trattamento degli stessi, anche in virtù della facilità o meno con cui questi possono essere ceduti, dovrebbe idealmente comportare una nuova fase di valutazione da parte dell’individuo all’interno dell’accordo, col consenso che tornerebbe ad assumere quel valore fondante che da sempre ha caratterizzato ogni scambio. Questo ragionamento si è originato all’interno di un’analisi condotta per prevedere maggiori tutele per le figure ritenute più fragili dall’ordinamento, ma si è ritenuto di poter andare oltre evidenziando come non vi siano motivi per non promuovere una riflessione del genere a favore di tutti gli individui facenti parte dello Stato. Si è ritenuto, infatti, che al di là del dato anagrafico, ogni individuo debba guadagnare maggiore consapevolezza rispetto a quella che viene considerata come la sua identità digitale, anche con riferimento ai non “nativi digitali”, i quali potrebbero trovarsi in situazioni che renderebbero loro stessi soggetti vulnerabili. Dunque, una soluzione che nasce per una categoria, ma che potrebbe essere ampliata per rivoluzionare l’approccio al digitale in un’ottica di rapporto, confronto e crescita fra le parti fisiche e digitali. Ammettendo la validità di questo ragionamento, infine, ci si è interrogati sul come promuovere una maggiore consapevolezza e un maggiore dialogo volto alla comprensione delle dinamiche fra utente e piattaforma digitale e la soluzione si è individuata non tanto in possibili normative “di controllo”, utili a verificare semplicemente l’età degli utenti che si interfacciano con le stesse (le quali legando la prestazione di un consenso al dato anagrafico spersonalizzano e automatizzano il processo), ma nel concetto di “educazione digitale”. In questa prospettiva un ruolo fondamentale potrebbe essere ricoperto dalla Pubblica amministrazione che attraverso le sue diramazioni nei diversi settori del sociale potrebbe predisporre una sorta di “scuola” dell’educazione civica digitale; così, per un verso, si andrebbe a rispettare quanto previsto negli obiettivi a livello europeo, laddove si richiede un percorso utile alla digitalizzazione e a una transizione digitale e, per altro, si andrebbe a formare una nuova generazione che, attraverso una “crescita digitale”, possa passare dal considerare il digitale come qualcosa di “altro e diverso” rispetto al nostro quotidiano a un’integrazione utile a migliorare sia la domanda che l’offerta, rendendo la società maggiormente consapevole e pronta a rispondere ad esigenze individuali e collettive. Proprio così, il consenso potrebbe passare da rischio derivante dall’automazione e dalla spersonalizzazione a veicolo di evoluzione utile ad accompagnare le diverse generazioni verso la conservazione del concetto di pactum all’interno di una società che pur evolvendosi conservi la sua essenza di societas.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/11365/1315015
