Il volume affronta in modo lo stato dell’arte dell’applicazione delle metodologie di analisi non invasive per lo studio dei paesaggi archeologici. Se la disponibilità di immagini da satellite della superficie terrestre non costituisce una novità, il lancio nel settembre del 1999 da parte di Orbimage del satellite IKONOS, in grado di acquisire simultaneamente immagini multispettrali e pancromatiche con risoluzioni geometriche rispettivamente di quattro e un metro in formato ad 11 bit introduce prospettive inesplorate. Se è troppo presto per presentare casi di studio sui primi dati IKONOS è certamente stimolante discutere le potenzialità e i progetti che prevedono l’applicazione di questa nuova tecnologia oggetto della prima parte del volume (cfr. Donoghue; Campana, Pranzini e in particolare l’Oatland Plantation Project presentato da Victor Falimetzger). Nell’ultimo decennio importanti novità hanno interessato anche le piattaforme di ripresa aerea. Abbiamo assistito alla realizzazione di progetti pilota, basati sull’ipotesi che sensori iperspettrali (superiori a 100 canali) con risoluzioni geometriche nell’ordine di un metro/pixel, sono in grado di produrre, coadiuvati da adeguati processi elaborativi, informazioni diversamente non percepibili. Come vedremo, i dati emersi sono molto incoraggianti e mostrano un significativo incremento delle informazioni rispetto ai tradizionali sistemi di rilevamento con camere pancromatiche (cfr. Cavalli, Pignatti; Powlesland). Altri strumenti di telerilevamento quali magnetometri e ground penetrating radar (GPR), in passato utilizzati con risultati altalenanti da pochi pionieri, mostrano, come vedremo in vari interventi (cfr. Piro; Valdes in questo volume), di aver raggiunto un notevole livello di affidabilità per la valutazione dei depositi ipogei. Considerato che molto spesso la tradizionale ricognizione di superficie non è sufficiente (in particolare in aree ad alta densità di vegetazione stabile), il contributo dei sistemi di prospezione geofisica assume un ruolo di primo piano nella delicata fase di controllo a terra delle informazioni, restituendo spessore a quello che da sempre costituisce l’anello debole del processo cognitivo: la verifica sul terreno. Infine, la tecnologia di georeferenziazione satellitare satellitare (GPS) ha visto la commercializzazione di dispositivi sempre più precisi, sofisticati ed economici. Lo strumento ha assunto un ruolo centrale nel processo di rappresentazione sintetica del paesaggio e delle preesistenze antropiche. Le funzioni e le applicazioni in ambito archeologico sono molteplici, dal semplice rilievo della posizione assoluta (puntuale, lineare o areale) del record archeologico all’elaborazione, con dispositivi a lettura centimetrica, di rilievi micro topografici di superfici e strutture, per la creazione di modelli tridimensionali del terreno (cfr. Gabrielli; Forte in questo volume). Ragionando in termini inversi, la navigazione verso siti noti o ad esempio l’identificazione sul terreno di anomalie individuate con dati telerilevati diventano operazioni di routine. Oltre alle novità tecnologiche sono da rilevare recentissimi mutamenti normativi: l’auspicata abolizione del filtro a valore d’errore fluttuante introdotto dal Dipartimento della Difesa Americana per i sistemi GPS e in ambito italiano la liberalizzazione delle attività di riprese aeree sul territorio nazionale e sulle acque territoriali . Quest’ultima non deve passare inosservata, anzi è da considerare tra i cambiamenti più significativi e ricchi di ricadute immediate. A tale proposito l’intervento di Toby Driver e Chris Musson (in questo volume) costituisce una significativa base di partenza per comprendere il notevole potenziale informativo che il survey aereo fotografico obliquo con strumenti tradizionali è in grado di fornire e le modalità di gestione in ambiente GIS di dati connotati da forti peculiarità.

Campana, S., & Forte, M. (a cura di). (2001). Remote Sensing in Archaeology. FIRENZE : All'insegna del Giglio.

Remote Sensing in Archaeology

CAMPANA, STEFANO;
2001

Abstract

Il volume affronta in modo lo stato dell’arte dell’applicazione delle metodologie di analisi non invasive per lo studio dei paesaggi archeologici. Se la disponibilità di immagini da satellite della superficie terrestre non costituisce una novità, il lancio nel settembre del 1999 da parte di Orbimage del satellite IKONOS, in grado di acquisire simultaneamente immagini multispettrali e pancromatiche con risoluzioni geometriche rispettivamente di quattro e un metro in formato ad 11 bit introduce prospettive inesplorate. Se è troppo presto per presentare casi di studio sui primi dati IKONOS è certamente stimolante discutere le potenzialità e i progetti che prevedono l’applicazione di questa nuova tecnologia oggetto della prima parte del volume (cfr. Donoghue; Campana, Pranzini e in particolare l’Oatland Plantation Project presentato da Victor Falimetzger). Nell’ultimo decennio importanti novità hanno interessato anche le piattaforme di ripresa aerea. Abbiamo assistito alla realizzazione di progetti pilota, basati sull’ipotesi che sensori iperspettrali (superiori a 100 canali) con risoluzioni geometriche nell’ordine di un metro/pixel, sono in grado di produrre, coadiuvati da adeguati processi elaborativi, informazioni diversamente non percepibili. Come vedremo, i dati emersi sono molto incoraggianti e mostrano un significativo incremento delle informazioni rispetto ai tradizionali sistemi di rilevamento con camere pancromatiche (cfr. Cavalli, Pignatti; Powlesland). Altri strumenti di telerilevamento quali magnetometri e ground penetrating radar (GPR), in passato utilizzati con risultati altalenanti da pochi pionieri, mostrano, come vedremo in vari interventi (cfr. Piro; Valdes in questo volume), di aver raggiunto un notevole livello di affidabilità per la valutazione dei depositi ipogei. Considerato che molto spesso la tradizionale ricognizione di superficie non è sufficiente (in particolare in aree ad alta densità di vegetazione stabile), il contributo dei sistemi di prospezione geofisica assume un ruolo di primo piano nella delicata fase di controllo a terra delle informazioni, restituendo spessore a quello che da sempre costituisce l’anello debole del processo cognitivo: la verifica sul terreno. Infine, la tecnologia di georeferenziazione satellitare satellitare (GPS) ha visto la commercializzazione di dispositivi sempre più precisi, sofisticati ed economici. Lo strumento ha assunto un ruolo centrale nel processo di rappresentazione sintetica del paesaggio e delle preesistenze antropiche. Le funzioni e le applicazioni in ambito archeologico sono molteplici, dal semplice rilievo della posizione assoluta (puntuale, lineare o areale) del record archeologico all’elaborazione, con dispositivi a lettura centimetrica, di rilievi micro topografici di superfici e strutture, per la creazione di modelli tridimensionali del terreno (cfr. Gabrielli; Forte in questo volume). Ragionando in termini inversi, la navigazione verso siti noti o ad esempio l’identificazione sul terreno di anomalie individuate con dati telerilevati diventano operazioni di routine. Oltre alle novità tecnologiche sono da rilevare recentissimi mutamenti normativi: l’auspicata abolizione del filtro a valore d’errore fluttuante introdotto dal Dipartimento della Difesa Americana per i sistemi GPS e in ambito italiano la liberalizzazione delle attività di riprese aeree sul territorio nazionale e sulle acque territoriali . Quest’ultima non deve passare inosservata, anzi è da considerare tra i cambiamenti più significativi e ricchi di ricadute immediate. A tale proposito l’intervento di Toby Driver e Chris Musson (in questo volume) costituisce una significativa base di partenza per comprendere il notevole potenziale informativo che il survey aereo fotografico obliquo con strumenti tradizionali è in grado di fornire e le modalità di gestione in ambiente GIS di dati connotati da forti peculiarità.
9788878141759
Campana, S., & Forte, M. (a cura di). (2001). Remote Sensing in Archaeology. FIRENZE : All'insegna del Giglio.
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