Una lettura così condivisa da diventare tradizionale attribuisce la quantità, qualità e sistematicità della produzione storiografica sugli anni postunitari e il primo Novecento, non ancora del tutto soddisfacente, al fatto che il periodo sia stato considerato fra i minori nel percorso plurisecolare della storia di Arezzo e provincia. Il ragionamento si fa più consistente se viene calato nel sottoinsieme storiografico politico-istituzionale. Visto il modesto ruolo avuto dal territorio nel processo di formazione del regno e nel successivo consolidamento dello Stato. La valutazione non manca di un elemento causale rilevante, di derivazione nazionale, pur limato dalle note parole di Benedetto Croce a difesa della transizione, per l’intero paese, dalla poesia alla prosa, dallo straordinario all’ordinario. Niente a che vedere in sostanza, per l’Italia intera come per Arezzo, con il pathos dei decisivi, eroici, eventi risorgimentali; con l’emergere di aspettative, in parte disattese. Nel caso dell’Aretino - analizzato in questo lavoro di ricerca e critica bibliografica - il misconoscimento è stato aggravato - come rilevato con sincerità e avvedutezza dagli stessi amministratori e osservatori del tempo - dalla comparazione, penalizzante se non sconfortante, con le glorie del passato e lo spessore irripetibile degli uomini illustri. Fresco, ad esempio, era il rimpianto per una personalità del rilievo di Vittorio Fossombroni. Si è assistito alla volontà degli studiosi, consapevole o inconsapevole, di sorvolare sui giudizi eventuali che sarebbero derivati da un’analisi realistica delle problematiche connesse con l’attività deludente dell’amministrazione statale accentrata; con sconfortanti ricadute sul piano generale e particolarmente per la popolazione aretina. In altre parole l’inserimento nel Regno era stato difficile e per vari aspetti peggiorativo, almeno nei primi anni, per la città e la campagna. Finendo con il contribuire a rendere di scarso interesse la rivisitazione storica. L’intenzione omissiva della classe dirigente era di non mortificare gli entusiasmi risorgimentali rimasti, con il loro corollario di un’atmosfera culturale prevalentemente agiografica e acritica. Il bisogno pressante di acquisire maggiori consensi al mutamento politico ha finito con il rappresentare un freno, un veto ed anche un’autocensura, o una censura effettiva destinata ai “pericolosi” detrattori, che ha ostacolato una valutazione obiettiva e ragionata sulle difficoltà sopraggiunte a cavallo fra il 1861 e il primo decennio del nuovo secolo. Questa scelta di “non voler vedere” ha inciso sulla produzione storiografica istituzionale, riducendone l’interesse e l’incisività. Buttando via il bambino insieme ai panni sporchi si è giunti, con un effetto boomerang, a sottovalutare gli effettivi progressivi strutturali raggiunti a partire dagli anni Ottanta del XIX secolo. All’altro margine estremo, quello conclusivo, esterno all’intervallo di tempo di cui parliamo, stanno avvenimenti altrettanto coinvolgenti, per motivi diversi, quanto quelli risorgimentali. Tanto sul piano politico-istituzionale, quanto su quello emotivo ed esistenziale: pensiamo alla Grande guerra, alle agitazioni sociali e politiche, al ventennio totalitario, al secondo conflitto mondiale e infine alla Liberazione. Fatti accaduti nel territorio di tale portata, anche internazionale, da suscitare molto maggiore interesse negli studiosi, rispetto al più “oscuro” e meno tumultuoso cinquantennio precedente. In altre parole, stretto da una parte dal passato remoto sentito come irripetibile, terminato con la creazione dell’Italia e, dall’altra, dal lungo susseguirsi di eventi drammatici, il fluire di anni tutto sommato di transizione, proporzionalmente pacifici e lineari per Arezzo e la sua provincia, non poteva non destare un minore interesse storiografico. Lo stato dell’arte ha cominciato a modificarsi, in maniera graduale, principalmente per effetto della rivalutazione dei temi sociali. Un parziale mutamento di rotta e di ottica che ha mosso i primi timidi passi una quarantina di anni fa. Anche come conseguenza naturale di quanto abbiamo premesso, la storiografia politico-istituzionale che si è occupata, con un cammino altalenante, degli anni post-unitari e del primo Novecento, presenta caratteri di disomogeneità, discontinuità e divergenze di valutazione. Quando parliamo di disomogeneità e di discontinuità intendiamo riferirci soprattutto all’utilizzo di metodologie o modalità di approccio estremamente diversificate a seconda degli argomenti, degli autori, degli obiettivi prefissati al momento di intraprendere le ricerche ma anche dipendenti dal momento storico in cui sono state effettuate, dall’interesse per campi e discipline prevalenti in alcuni periodi piuttosto che in altri. La saggistica più qualificata e la divulgazione seria, le stesse tesi di laurea, hanno finito con l’individuare gli oggetti delle ricerche con interventi a macchia di leopardo, raramente organici. Ci permettiamo di dire seguendo spesso mode intellettuali: talvolta le istituzioni, talaltra la politica e la società, la cultura, la storia economica, le biografie degli uomini illustri e così via. Con il risultato complessivo di discrepanze e lacune, raramente giungendo ad approfondire i temi in maniera adeguata sul piano epistemologico. Studi che hanno espresso un racconto degli avvenimenti estremamente legato al momento storico nel quale sono stati prodotti e non di rado soggetti a conformismo interpretativo. Il panorama è mutato nei tempi recenti, con la comparsa di monografie esaustive su singoli temi, di qualche visione d’insieme più ragionata, di biografie contestualizzate, d'indagini meno isolate e di una superiore attenzione ad aspetti in precedenza del tutto ignorati, di una “sprovincializzazione” delle ricerche. Sul piano della discontinuità ci riferiamo, in primis, ad una storiografia sufficiente su determinati argomenti o tempi, contrapposta all’oscurità pressoché totale su altri. Disomogeneità e discontinuità: è sufficiente scorrere la bibliografia locale per trovarsi di fronte, ad esempio, a decenni nei quali è stata seriamente analizzata la vita politica, ad altri in cui non si sa in concreto nulla del dibattito o della gestione del potere; ad un interesse temporaneo prevalente per la storia della cultura, piuttosto che per la storia del movimento operaio e cooperativo. Preferenze non necessariamente dettate dall’entità e dal rilievo dei contenuti. Sono state prodotte trattazioni orientate per compartimenti stagni. La componente ideologico-sociale è rinvenibile in special modo nei lavori editi fra gli anni Sessanta e Settanta, con prolungamento al decennio successivo; mentre in precedenza era stata data priorità assoluta a fatti o persone in grado di elevare il prestigio della città. Sempre salvaguardando buona parte della produzione più recente, nell’insieme storiografico appare dimenticato o almeno sottostimato il nesso fra causa ed effetto, il collegamento tra gli eventi nazionali (peggio ancora ovviamente per quelli internazionali) e quelli territoriali, essendo stata favorita di norma una visuale contingente, provinciale, nell’accezione geografica quanto in quella aggettivante e valoriale del termine. Di quest’attitudine negativa si sta progressivamente prendendo coscienza. Queste riflessioni sono scaturite dalla lettura delle pubblicazioni dedicate al periodo in oggetto. Nel testo sono specificamente citate e valutate nella loro incidenza sul percorso storiografico

Garofoli, A. (2010). La storiografia politico istituzionale. Gli anni postunitari e il primo Novecento. In L.P. Berti L. (a cura di), Storia di Arezzo: stato degli studi e prospettive (pp. 521-554). FIRENZE : Edifir Edizioni.

La storiografia politico istituzionale. Gli anni postunitari e il primo Novecento

GAROFOLI, ALESSANDRO
2010

Abstract

Una lettura così condivisa da diventare tradizionale attribuisce la quantità, qualità e sistematicità della produzione storiografica sugli anni postunitari e il primo Novecento, non ancora del tutto soddisfacente, al fatto che il periodo sia stato considerato fra i minori nel percorso plurisecolare della storia di Arezzo e provincia. Il ragionamento si fa più consistente se viene calato nel sottoinsieme storiografico politico-istituzionale. Visto il modesto ruolo avuto dal territorio nel processo di formazione del regno e nel successivo consolidamento dello Stato. La valutazione non manca di un elemento causale rilevante, di derivazione nazionale, pur limato dalle note parole di Benedetto Croce a difesa della transizione, per l’intero paese, dalla poesia alla prosa, dallo straordinario all’ordinario. Niente a che vedere in sostanza, per l’Italia intera come per Arezzo, con il pathos dei decisivi, eroici, eventi risorgimentali; con l’emergere di aspettative, in parte disattese. Nel caso dell’Aretino - analizzato in questo lavoro di ricerca e critica bibliografica - il misconoscimento è stato aggravato - come rilevato con sincerità e avvedutezza dagli stessi amministratori e osservatori del tempo - dalla comparazione, penalizzante se non sconfortante, con le glorie del passato e lo spessore irripetibile degli uomini illustri. Fresco, ad esempio, era il rimpianto per una personalità del rilievo di Vittorio Fossombroni. Si è assistito alla volontà degli studiosi, consapevole o inconsapevole, di sorvolare sui giudizi eventuali che sarebbero derivati da un’analisi realistica delle problematiche connesse con l’attività deludente dell’amministrazione statale accentrata; con sconfortanti ricadute sul piano generale e particolarmente per la popolazione aretina. In altre parole l’inserimento nel Regno era stato difficile e per vari aspetti peggiorativo, almeno nei primi anni, per la città e la campagna. Finendo con il contribuire a rendere di scarso interesse la rivisitazione storica. L’intenzione omissiva della classe dirigente era di non mortificare gli entusiasmi risorgimentali rimasti, con il loro corollario di un’atmosfera culturale prevalentemente agiografica e acritica. Il bisogno pressante di acquisire maggiori consensi al mutamento politico ha finito con il rappresentare un freno, un veto ed anche un’autocensura, o una censura effettiva destinata ai “pericolosi” detrattori, che ha ostacolato una valutazione obiettiva e ragionata sulle difficoltà sopraggiunte a cavallo fra il 1861 e il primo decennio del nuovo secolo. Questa scelta di “non voler vedere” ha inciso sulla produzione storiografica istituzionale, riducendone l’interesse e l’incisività. Buttando via il bambino insieme ai panni sporchi si è giunti, con un effetto boomerang, a sottovalutare gli effettivi progressivi strutturali raggiunti a partire dagli anni Ottanta del XIX secolo. All’altro margine estremo, quello conclusivo, esterno all’intervallo di tempo di cui parliamo, stanno avvenimenti altrettanto coinvolgenti, per motivi diversi, quanto quelli risorgimentali. Tanto sul piano politico-istituzionale, quanto su quello emotivo ed esistenziale: pensiamo alla Grande guerra, alle agitazioni sociali e politiche, al ventennio totalitario, al secondo conflitto mondiale e infine alla Liberazione. Fatti accaduti nel territorio di tale portata, anche internazionale, da suscitare molto maggiore interesse negli studiosi, rispetto al più “oscuro” e meno tumultuoso cinquantennio precedente. In altre parole, stretto da una parte dal passato remoto sentito come irripetibile, terminato con la creazione dell’Italia e, dall’altra, dal lungo susseguirsi di eventi drammatici, il fluire di anni tutto sommato di transizione, proporzionalmente pacifici e lineari per Arezzo e la sua provincia, non poteva non destare un minore interesse storiografico. Lo stato dell’arte ha cominciato a modificarsi, in maniera graduale, principalmente per effetto della rivalutazione dei temi sociali. Un parziale mutamento di rotta e di ottica che ha mosso i primi timidi passi una quarantina di anni fa. Anche come conseguenza naturale di quanto abbiamo premesso, la storiografia politico-istituzionale che si è occupata, con un cammino altalenante, degli anni post-unitari e del primo Novecento, presenta caratteri di disomogeneità, discontinuità e divergenze di valutazione. Quando parliamo di disomogeneità e di discontinuità intendiamo riferirci soprattutto all’utilizzo di metodologie o modalità di approccio estremamente diversificate a seconda degli argomenti, degli autori, degli obiettivi prefissati al momento di intraprendere le ricerche ma anche dipendenti dal momento storico in cui sono state effettuate, dall’interesse per campi e discipline prevalenti in alcuni periodi piuttosto che in altri. La saggistica più qualificata e la divulgazione seria, le stesse tesi di laurea, hanno finito con l’individuare gli oggetti delle ricerche con interventi a macchia di leopardo, raramente organici. Ci permettiamo di dire seguendo spesso mode intellettuali: talvolta le istituzioni, talaltra la politica e la società, la cultura, la storia economica, le biografie degli uomini illustri e così via. Con il risultato complessivo di discrepanze e lacune, raramente giungendo ad approfondire i temi in maniera adeguata sul piano epistemologico. Studi che hanno espresso un racconto degli avvenimenti estremamente legato al momento storico nel quale sono stati prodotti e non di rado soggetti a conformismo interpretativo. Il panorama è mutato nei tempi recenti, con la comparsa di monografie esaustive su singoli temi, di qualche visione d’insieme più ragionata, di biografie contestualizzate, d'indagini meno isolate e di una superiore attenzione ad aspetti in precedenza del tutto ignorati, di una “sprovincializzazione” delle ricerche. Sul piano della discontinuità ci riferiamo, in primis, ad una storiografia sufficiente su determinati argomenti o tempi, contrapposta all’oscurità pressoché totale su altri. Disomogeneità e discontinuità: è sufficiente scorrere la bibliografia locale per trovarsi di fronte, ad esempio, a decenni nei quali è stata seriamente analizzata la vita politica, ad altri in cui non si sa in concreto nulla del dibattito o della gestione del potere; ad un interesse temporaneo prevalente per la storia della cultura, piuttosto che per la storia del movimento operaio e cooperativo. Preferenze non necessariamente dettate dall’entità e dal rilievo dei contenuti. Sono state prodotte trattazioni orientate per compartimenti stagni. La componente ideologico-sociale è rinvenibile in special modo nei lavori editi fra gli anni Sessanta e Settanta, con prolungamento al decennio successivo; mentre in precedenza era stata data priorità assoluta a fatti o persone in grado di elevare il prestigio della città. Sempre salvaguardando buona parte della produzione più recente, nell’insieme storiografico appare dimenticato o almeno sottostimato il nesso fra causa ed effetto, il collegamento tra gli eventi nazionali (peggio ancora ovviamente per quelli internazionali) e quelli territoriali, essendo stata favorita di norma una visuale contingente, provinciale, nell’accezione geografica quanto in quella aggettivante e valoriale del termine. Di quest’attitudine negativa si sta progressivamente prendendo coscienza. Queste riflessioni sono scaturite dalla lettura delle pubblicazioni dedicate al periodo in oggetto. Nel testo sono specificamente citate e valutate nella loro incidenza sul percorso storiografico
9788879704489
Garofoli, A. (2010). La storiografia politico istituzionale. Gli anni postunitari e il primo Novecento. In L.P. Berti L. (a cura di), Storia di Arezzo: stato degli studi e prospettive (pp. 521-554). FIRENZE : Edifir Edizioni.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11365/1031866